Miss Marple al Bertram Hotel (At Bertram’s Hotel)

Sintesi: Miss Marple, su invito del nipote Raymond West e della moglie Joan, decide di passare una settimana al Bertram Hotel di Londra, luogo in cui aveva alloggiato all’età di quattordici anni. Felice di poter rispolverare i ricordi della sua infanzia, Miss Marple inizia a interessarsi al legame esistente tra la spericolata Bess Sedgwick e la giovane Elvira Blake, soprattutto quando quest’ultima rischia di morire in una sparatoria. Nel frattempo, l’Ispettore Capo Fred Davy arriva al Bertram Hotel per indagare su una serie di furti e rapine che, da lungo tempo, gli stanno creando non pochi grattacapi.

Curiosità:
È uno dei romanzi di Agatha Christie in cui la suspense è generata soprattutto dall’atmosfera e dai luoghi frequentati dai protagonisti più che dall’intreccio poliziesco in sé:

Le strade aperte suggeriscono una confortante percezione del passato ma rappresentano anche un autentico pericolo. Per Miss Jane Marple, prima che venga coinvolta nella risoluzione del mistero, la situazione è decisamente la prima, ma appena viene menzionata la metropolitana emerge come una sorta di presentimento del subconscio. Jane acquista una mappa della metropolitana e una guida al trasporto pubblico, una di quelle cose che W. H. Auden definisce “rituali di tempo e spazio”, che le trasmettono un senso di ordine e di direzione in netto contrasto con le strade che, invece, comportano nebbia, vicoli ciechi e zone interrate che sono simbolo di confusione, pericolo e flagranze di reato che lentamente prendono piede mentre il mistero arriva alla sua rivelazione finale. “Le aree delimitate, per quanto siano preferibili, hanno l’abitudine di trasformarsi in camere di tortura o scenari di omicidi”, afferma lo studioso Lehman. Mentre l’ispettore Davy imbocca involontariamente una strada senza uscita, nota che la nebbia si sta facendo più fitta e che il rumore del traffico è mutato a causa degli autobus costretti a fermarsi. Dopo un po’, quella stessa zona si trasforma nello scenario di un omicidio: “Da fuori arrivò uno scoppio violento, più forte del precedente. Fu seguito da un urlo e da un’altra detonazione. Le grida… di una donna… fendevano la nebbia con una nota di terrore. L’ispettore Davy corse a tutta velocità giù per Pond Street da dove provenivano” (Miss Marple al Bertram Hotel, traduzione di Maria Mammana Gislon, Mondadori 1968, p. 182).
L’arma del delitto viene rinvenuta in una zona interrata appartenente al Bertram Hotel, e la falsa sensazione di sicurezza e benessere trasmessa dall’albergo si converte ben presto in ostile mentre iniziano a verificarsi eventi sempre più sinistri. La sensazione di claustrofobia si intensifica mentre il mistero, al pari della nebbia, si infittisce arrivando a permeare tutti i luoghi finché la rivelazione finale, contraddistinta dal suono lacerante del fischietto di un poliziotto che fende la nebbia, non riporta l’ordine nel caos.
(Gillian Mary Hanson, City and Shore, The Function of Setting in the British Mystery, McFarland &Company, Inc., Publishers, North Carolina 2004, p. 89, traduzione mia)

È uno dei pochi romanzi in cui Miss Marple entra in scena praticamente subito per poi venire “accantonata” per diverse pagine in favore dei personaggi secondari:

I romanzi che hanno per protagonista Miss Marple si sviluppano secondo un gioco di tipo diverso. A differenza di quelli con protagonista Poirot, Miss Marple non è quasi mai l’investigatrice principale. L’esempio più estremo è Il terrore viene per posta dove Miss Marple appare appena a pagina 142, di un volume che di pagine ne contiene 198, per poi essere presente in un totale di undici pagine prima delle dieci pagine conclusive in cui spiega la soluzione a cui è arrivata. In altre occasioni, come in La morte nel villaggio, Assassinio allo specchio e Miss Marple al Bertram Hotel, il personaggio fa il suo ingresso quasi subito ma poi, nel corso del volume, la sua presenza è centellinata poiché il lettore si trova a seguire soprattutto i vari passaggi dell’indagine condotta dalla polizia.
In romanzi come Un delitto avrà luogo e Polvere negli occhi, invece, Miss Marple appare circa dopo ottanta pagine dedicate al delitto e ai principali sospettati. Nel caso specifico di Polvere negli occhi, Miss Marple arriva proprio a metà del libro, e poiché l’omicidio avviene subito all’inizio, arriva anche a metà dell’indagine, qui condotta dall’ispettore Neele. Negli ultimi capitoli del romanzo, il lettore viene tenuto all’oscuro delle conversazioni del personaggio con gli altri protagonisti della storia, ma l’indagine da lei condotta è spesso riportata sotto forma di sintesi e le conversazioni narrate non assomigliano affatto a un interrogatorio.
(Jerome H. Delamater, Ruth Prigozy, Theory and Practice of Classic Detective Fiction (Contributions to the Study of Popular Culture), Hofstra University 1997, p. 95, traduzione mia)

Miss Marple al Bertram HotelRiferimenti intertestuali:
1) Riferimento a Charles Dickens (1812-1870):
“È una questione di atmosfera… gli stranieri, gli americani in special modo, hanno delle idee molto particolari sull’Inghilterra. Non parlo, capisce, dei miliardari che attraversano continuamente l’Atlantico. Quelli vanno al Savoy o al Dorchester. […] Ma ci sono moltissimi altri che vanno all’estero solo ogni tanto e che si aspettano che il nostro paese sia… be’, non diciamo proprio come quello di Dickens, ma diverso dal loro. Così, quando tornano a casa, dicono: “C’è un posto meraviglioso a Londra: il Bertram Hotel. Sembra di tornare indietro di cento anni”.
(pag. 14, traduzione di Maria Mammana Gislon per Mondadori 1968)

2) Riferimento a G. K. Chesterton (1874-1936):
“Non stia in pensiero, Signora McCrae”, disse con la sua aria disinvolta, mentre si sedeva a tavola per consumare il pasto che la governante aveva preparato per il suo arrivo. “Cercheremo quel distrattone per mare e per terra. Ha mai sentito la storia di Chesterton? G. K. Chesterton, lo scrittore. Una volta che era andato a fare una serie di conferenze telegrafò a sua moglie: “Sono a Crewe Station. Dove dovrei essere?””.
(pag. 102, traduzione di Maria Mammana Gislon per Mondadori 1968)

3) Riferimento alla Bibbia e al Libro di Giosuè in cui si narra della caduta delle mura di Gerico nonché alla pièce in quattro atti The Walls of Jericho di Alfred Sutro (1863-1933):
“Ha bisbigliato qualcosa come “le mura di Gerico””.
“Giosuè?”, tirò a indovinare Miss Marple. “Oppure archeologia… scavi? O un dramma… ricordo, molto tempo fa… di Sutro, mi sembra”.
(pag. 179, traduzione di Maria Mammana Gislon per Mondadori 1968)

4) Riferimento alle “scimmie sagge” (non vedo, non sento, non parlo) raffigurate anche nel santuario di Toshogu, a Nikko, in Giappone:
Una breve telefonata al tutore di Elvira, il colonnello Luscombe, era stata ancora più improduttiva, sebbene fortunatamente meno prolissa. “Tutte scimmie”, borbottò Davy con il sergente dopo aver rimesso giù il ricevitore. “Non vedono, non sentono, non parlano”.
(pag. 198, traduzione di Maria Mammana Gislon per Mondadori 1968)

Le tre scimmie sagge

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Poirot e la salma (The Hollow)

Sintesi: Lucy Angkatell invita diverse persone a trascorrere il fine settimana nella sua tenuta. Un giorno, Gerda Christow viene trovata con la pistola in pugno mentre il marito, John, giace sanguinante nella piscina. Diverse persone assistono alla scena, Poirot compreso, ma nessuno ha veramente visto la donna sparare all’uomo. L’investigatore belga si troverà a dover affrontare una situazione in cui tutti cercano di occultare le prove nel disperato tentativo di proteggere il vero colpevole. Dal romanzo è stata tratta la pièce teatrale dall’omonimo titolo, in italiano nota come Il rifugio, La tana o Delitto al rifugio in cui, però, per volontà della stessa Agatha Christie, la figura di Poirot viene omessa.

Curiosità:
1)
Il titolo originale deriva dal primo verso del poema Maud di Lord Alfred Tennyson (I HATE the dreadful hollow behind the little wood,/Its lips in the field above are dabbled with blood-red heath,/The red-ribb’d ledges drip with a silent horror of blood,/And Echo there, whatever is ask’d her, answers “Death.”) ma è anche una dedica all’attore Francis L. Sullivan, che negli anni Trenta interpretò Poirot e la cui casa nel Surrey si chiamava, appunto, The Hollow.

2) Nella versione italiana, per la traduzione di Maria Teresa Marenco, il nome della residenza di campagna viene inizialmente reso con La Cava mentre Il Rifugio è il nome attribuito alla casa acquistata da Poirot, anche se, nell’originale, le due residenze si chiamano rispettivamente The Hollow e Resthaven:
At 6:13 a.m. on a Friday morning Lucy Angkatell’s big blue eyes opened upon another day, and as always, she was at once wide awake and began immediately to deal with the problems conjured up by her incredibly active mind. Feeling urgently the need of consultation and conversation, and selecting for the purpose her young cousin Midge Hardcastle, who had arrived at The Hollow the night before […]
Hercule Poirot flicked a last speck of dust from his shoes. He had dressed carefully for his luncheon party and he was satisfied with the result.
He knew well enough the kind of clothes that were worn in the country on a Sunday in England, but he did not choose to conform to English ideas. He preferred his own standards of urban smartness. He was not an English country gentleman and he would not dress like an English country gentleman. He was Hercule Poirot!
He did not, he confessed it to himself, really like the country. The week-end cottage-so many of his friends had extolled it-he had allowed himself to succumb, and had purchased Resthaven, though the only thing he had liked about it was its shape which was quite square like a box.
Nella versione riveduta del 2010, La Cava viene sostituita con La Tana ma Il Rifugio, come nome della casa di Poirot, resta invariato (il che è un controsenso poiché l’omicidio avviene proprio a The Hollow e quindi i due nomi non possono essere affini).

Poirot e la salma

3) Poiché il protagonista principale della narrazione svolge la professione medica, The Hollow è il romanzo di Agatha Christie che contiene il maggior numero di riferimenti a questo settore professionale citando anche malattie e studi medici di pura fantasia: il morbo di Ridgeway, il morbo di Pratt, la reazione D.L. e gli studi di un certo dottor Scobell.

Poirot e la salma è il più “romanzo” di tutti i libri di Agatha Christie. Il detective compare solo negli ultimi due terzi della vicenda e ha un ruolo relativamente poco importante. In questo romanzo, imperniato soprattutto sulla famiglia Angkatell, troviamo i tre personaggi forse meglio delineati di tutta l’opera dell’autrice.
(Julian Symons nella Prefazione a Poirot e la salma, traduzione di Maria Teresa Marenco per Mondadori, 1979, p. XI)

Poirot e la salmaRiferimenti intertestuali:
1) Riferimento al personaggio mitologico di Nausicaa citato nell’Odissea di Omero:
Camminava senza vedere quello che accadeva intorno a lei: si sentiva esaurita, malata, depressa. E a un tratto, quando meno se l’aspettava, la visione si era materializzata. Tra la folla d’un autobus, un viso di fanciulla dalle labbra turgide e dallo sguardo puro. Sì, la sua Nausicaa! Un viso infantile, fronte bassa, bocca ben marcata, sguardo assente, quasi cieco. La ragazza aveva suonato il campanello, era scesa seguita da Henrietta. Finalmente aveva trovato quel che cercava, l’agonia di una ricerca vana era scomparsa.
(pag. 11, traduzione di Maria Teresa Marenco per Mondadori, 1979)

2) Riferimento al poema drammatico in cinque atti Peer Gynt di Henrik Ibsen (1828-1906) e al personaggio del Fonditore di bottoni (che nella traduzione italiana viene omesso):
Henrietta thought dreamily. Is that, then, what death is? Is what we call personality just the shaping of it-the impress of somebody’s thought? Whose thought? God’s?
That was the idea, wasn’t it, of Peer Gynt? Back into the Button Moulder’s ladle. Where am I, myself, the whole man, the true man? Where am I with God’s mark upon my brow?
“Che sia la morte questa?”, pensò Henrietta. “Quel che noi chiamiamo personalità è forse solo l’impronta di qualcuno? di Dio?”.
Questa, non è un’idea di Peer Gynt? “Dov’ero io, dov’era il mio me stesso nella sua verità? Dov’ero io con i segni del destino sulla mia fronte?
(pag. 15, traduzione di Maria Teresa Marenco per Mondadori, 1979)

Poirot e la salma3) Riferimento a una leggenda secondo la quale la Regina Vittoria durante una cena al castello di Windsor disse a uno scudiero che si era permesso di raccontare una storia troppo spinta “We are not amused” riferendosi, con quel we, non al plurale maiestatis ma alle dame presenti all’evento:
A dire il vero gli sembrava una cosa molto stupida, per niente spiritosa. Non era stata la Regina Vittoria ad affermare: “Non ci divertiamo affatto!”? Lui si sentiva incline a dire la stessa cosa: “Io, Hercule Poirot, non mi diverto affatto”.
(pag. 70, traduzione di Maria Teresa Marenco per Mondadori, 1979)

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Quinta colonna (N or M)

Sintesi: Tommy e Tuppence, già visti in Avversario segreto, hanno ora superato i quarant’anni d’età e, oltre a essere sposati, hanno anche due gemelli: Derek e Deborah. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, la loro situazione lavorativa è peggiorata; nessuno, infatti, sembra disposto ad assumere due quarantenni né per attività investigative né per assistenza ai feriti; le uniche proposte che gli vengono fatte riguardano noiosissimi lavori alla scrivania dove passare le giornate a compilare scartoffie. Un giorno, tuttavia, Mr Grant si presenta a casa loro e chiede a Tommy di prendere il posto di un agente britannico deceduto che, prima di morire, ha pronunciato la frase: “N. o M. Song Susie”. N ed M sono le iniziali di due agenti tedeschi, un uomo e una donna, che lavorano per Hitler; Tommy deve dunque recarsi nella pensione Sans Souci, che l’agente aveva storpiato in Song Susie, dell’immaginaria cittadina di Leahampton per cercare di individuare una delle due spie o almeno qualcuno che sia a loro collegato. Tuppence, che viene lasciata fuori dal caso, finirà per impicciarsi comunque arrivando sul posto addirittura prima del marito.
Curiosità:
1)
Uno dei personaggi del romanzo si chiama maggiore Bletchley e questo indusse il Security Service del Regno Unito a credere che Agatha Christie avesse una spia all’interno di Bletchley Park, che all’epoca era la sede dell’unità di crittoanalisi, in grado di raccontarle le attività che si svolgevano al suo interno. In realtà, il fatto che il personaggio si chiamasse così, era solo una coincidenza.
2) Nella prefazione di Laura Grimaldi all’edizione italiana si fa un errato riferimento a Graham Greene e Ernest Hemingway:

La nuova avventura di Tommy e Tuppence si chiamerà, appunto, Quinta colonna. L’omonimia con i due romanzi di Graham Greene e di Ernest Hemingway è veramente, puramente casuale. Diversi gli intendimenti, diversa l’impostazione. Quello della Christie voleva essere, ed è, un “intrattenimento politico” di buon livello. Niente di più. E anche se Greene ha definito, appunto, “intrattenimenti” i suoi romanzi di questo tipo, l’intenzione originale resta diversa.
(Laura Grimaldi, nella prefazione a Quinta Colonna, Mondadori Editore, 1961, p. VII)

In realtà, non vi può essere alcuna omonimia tra il romanzo della Christie e le opere dei due autori citati perché oltre ai titoli originali completamente diversi (N or M di Agatha Christie, The Ministry of Fear di Graham Greene e The Fifth Column di Ernest Hemingway) il romanzo di Graham Greene fu scritto nel 1943, e cioè due anni dopo quello di Agatha Christie, mentre il testo di Hemingway, pur essendo stato composto nel 1938, non è un romanzo ma è l’unica pièce che l’autore abbia mai scritto.

Avevo deciso di scrivere due libri alla volta, per evitare il rischio che gli scrittori a volte corrono, che il libro gli si avvizzisca tra le mani. […] Il risultato di questa decisione fu: C’è un cadavere in biblioteca, che già meditavo da parecchio, e Quinta colonna, una sorta di seguito del mio secondo romanzo Avversario segreto, con gli stessi protagonisti, Tommy e Tuppence. Ora che erano diventati genitori di un figlio e di una figlia adulti, Tommy e Tuppence erano irritati di notare che nessuno si occupava più di loro. Facevano una magnifica rentrée in veste di coppia matura a caccia di spie sempre sorretti dal loro antico entusiasmo.
A differenza di altri, il fatto di scrivere in tempo di guerra non mi ha mai procurato particolari difficoltà, forse perché riuscivo a isolarmi in un’altra dimensione. Io vivevo tra i miei personaggi, borbottavo le loro conversazioni e li vedevo passeggiare nei luoghi che avevo inventato per loro. […] Mi mettevo un cuscino sul viso per proteggermi dalle scheggie di vetro e disponevo, su una sedia che tenevo sempre accanto, le uniche due cose preziose che possedevo: la pelliccia e la borsa dell’acqua calda, una di quelle di gomma, che allora rappresentava un insostituibile tesoro. Così equipaggiata, ero pronta per qualsiasi evenienza
(Agatha Christie, La mia vita, traduzione di Maria Giulia Castagnone, Mondadori, 1978, pp. 573-574)

Quinta colonna (N or M)Riferimenti intertestuali
1) Riferimento alla nursery rhyme, risalente al 1784, Goosey goosey gander (Goosey, goosey gander, whiter will you wander? Up stairs, down stairs, in my lady’s chamber):
La piccola Betty si era molto affezionata a Tuppence. Quella mattina si arrampicò sul letto e piazzò un libro tutto sgualcito sotto il naso della sua amica, ordinandole: “Leggi!”.
Ubbidiente, Tuppence cominciò a leggere.
“Papero, papero, dove vai? Su, giù, in camera della mia dama…”.
Betty si agitava allegramente, ripetendo: “Su e giù… su e giù…”, e accompagnava le parole con grandi balzi su e giù dal letto.
(Agatha Christie, Quinta colonna, traduzione di Grazia Maria Griffini, Mondadori Editore 1961, pp. 59 – 60)

2) Riferimento alle nursery rhymes, del 1725 e del 1794, Little Jack Horner (Little Jack Horner / Sat in the corner, / Eating a Christmas pie; / He put in his thumb, / And pulled out a plum, / And said ‘What a good boy am I!’) e There Was an Old Woman Who Lived in a Shoe (There was an old woman / Who lived in a shoe, / She had so many children, / And loved them all, too. / She said, “Thank you Lord Jesus, / For sending them bread.” / Then kissed them all gladly / and sent them to bed):
Tuppence trasse un libro piuttosto malconcio dalla libreria a mensola, ma fu interrotta da uno strillo di Betty.
“No, no… brutto… cattivo!”.
Tuppence la fissò stupita, poi guardò il libro, che era una versione a colori del Piccolo Jack Horner.
“Era un bambino cattivo, Jack?”, domandò. “Forse perché ha fatto un capitombolo?”.
“Cattivo!”, ripeté Betty, e con uno sforzo terribile: “Sporco!”.
[…]
Tuppence, cresciuta semplicemente, senza esagerazioni, disapprovava l’igiene eccessiva, e aveva allevato i suoi ragazzi lasciandoli assimilare ciò che lei chiamava “una ragionevole quantità di polvere”. Comunque, prese la copia pulita di Jack Horner, e lesse la storiella alla bambina che commentava a modo suo tanto le parole quanto le illustrazioni. Poi proseguirono con “Papero, papero, dove vai?” e “La vecchietta che abitava in una scarpa”.
(Agatha Christie, Quinta colonna, traduzione di Grazia Maria Griffini, Mondadori Editore 1961, p. 73)

There Was an Old Woman3) Riferimento alla leggenda del Menestrello errante (The Wandering Minstrel) che trovò dov’era tenuto prigioniero Re Riccardo Cuor di Leone (Agatha Christie non fa un esplicito riferimento alla leggenda ma la cita attraverso un immaginario film a essa ispirato):
Il gioco proseguì per altri cinque minuti, senza ulteriori interruzioni, poi rientrò il maggiore Bletchley. Era stato al cinema, e prese a raccontare alle signore la trama particolareggiata del film Menestrello Errante, che si svolgeva all’epoca di Riccardo I.
[…]
Quella settimana Albert era stato al cinema, a vedere Il Menestrello Errante, ed era rimasto fortemente impressionato dal soggetto. Com’era romantico! Non poteva, adesso, non venir colpito dall’affinità della situazione. Lui, come l’eroe del film, era un fedele Blondel alla ricerca del suo capo imprigionato. Come Blondel, aveva combattuto a fianco del suo capo, nei giorni passati.
(Agatha Christie, Quinta colonna, traduzione di Grazia Maria Griffini, Mondadori Editore 1961, p. 111 e p. 131)

4) Riferimento alla canzone popolare di Nate D. Ayer, su testo di Clifford Grey, If You Were the Only Girl in the World (1916) (If you were the only girl in the world / and I were the only boy / Nothing else would matter in the world today / We could go on loving in the same old way):
Albert sospirò, rammentando i versi commoventi di “O Richard, mio re” che il fedele trovatore aveva cantato errando di castello in castello. Peccato che lui non potesse cantare quel motivo. Era difficile, per lui, intonarlo giusto. Atteggiò le labbra in un tentativo di fischiare. Ed ecco scaturire un motivo ben noto: “Se tu fossi sola al mondo, ed io fossi solo al mondo…”.
(Agatha Christie, Quinta colonna, traduzione di Grazia Maria Griffini, Mondadori Editore 1961, p. p. 131)

Quinta colonna (N or M)5) Riferimento a The Story of Johnny Head di Heinrich Hoffmann (1809-1894) e alla nursery rhyme There Was a Little Man and He Had a Little Gun (1916):
“C’era tutto, nella copia malconcia dei libri di Betty”.
“Quelli che Betty chiamava cattivi?”, domandò Tuppence.
[…]
Johnny Head conteneva notizie sull’aviazione e i piani militari erano appropriatamente racchiusi in C’era una volta un omino che aveva un fucile”.
(Agatha Christie, Quinta colonna, traduzione di Grazia Maria Griffini, Mondadori Editore 1961, p. p. 154)

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Il teatro di Agatha Christie nel dopoguerra spagnolo

Il presente saggio breve è tratto da Tonos Digital, Revista electrónica de estudios filológicos, numero 15, giugno 2008. L’autore è César Besó Portalés del Centro Público de Formación de Personas Adultas de Paterna (Valencia). La traduzione è a cura mia.

Nessuno manifesta stupore quando si tratta di definire Agatha Mary Clarissa Miller Christie (1890-1976), per la copiosa produzione letteraria quasi interamente incentrata sul romanzo giallo, la “regina del crimine”. In effetti, è la scrittrice di gialli con il maggior numero di romanzi venduti nel corso della storia e che possiede l’indiscusso merito di aver catturato l’attenzione di un vasto pubblico di lettori. Tuttavia, in Spagna, sono pochi a sapere che Agatha Christie si distinse anche come autrice di testi teatrali, benché negli ultimi anni diverse compagnie professioniste li abbiano portati in scena con un successo più che dignitoso. Il teatro di Agatha Christie è stato oggetto di poche pubblicazioni in castigliano e, salvo rare eccezioni, non ha avuto molta risonanza tra gli appassionati del genere giallo.

In realtà, quasi nessuna delle pièces di Agatha Christie è originale, visto che per la maggior parte si tratta di trasposizioni teatrali di testi letterari; tuttavia, questo non significa che non siano degne della nostra considerazione. Anzi, in diverse occasioni, l’adattamento si rivela anche migliore del modello di partenza. È questo il caso di Trappola per topi, basata sul racconto Tre topolini ciechi, che ha conseguito l’imprevedibile risultato di essere rappresentata ininterrottamente dal lontano 1952.

L’obiettivo del presente articolo è studiare il teatro giallo di Agatha Christie nel dopoguerra spagnolo, periodo in cui questo genere teatrale godette di ottima salute, soprattutto nel decennio 1950-1960 durante il quale, a Madrid, furono rappresentate diverse pièces dell’autrice inglese. Per fare questo, è importante ricordare che in Spagna, negli anni Quaranta del Novecento, i romanzi di Agatha Christie conobbero una massiccia diffusione, alla pari di quelli di altre autrici esperte nel genere del romanzo a enigma, e quindi la messinscena dei suoi testi teatrali, dieci anni dopo, venne avvallata dal già enorme successo che avevano ottenuto i suoi gialli.

Lo studio qui condotto procederà con l’analisi di ognuna delle opere drammaturgiche di Agatha Christie rappresentate a Madrid da compagnie professioniste nel periodo della dittatura franchista (1939-1975). Il corpus è formato dai testi teatrali dell’autrice tradotti in castigliano e dalle critiche e commenti di cui furono oggetto all’epoca della rappresentazione. Nei rari casi in cui non è stato possibile reperire la traduzione castigliana dell’opera, si è fatto riferimento al romanzo di partenza o alla versione cinematografica. È comunque interessante constatare, e questo verrà evidenziato anche nel corso dell’analisi, le notevoli differenze tra versione drammaturgica e narrativa. Per ogni testo teatrale saranno specificati data e teatro della prima rappresentazione, una breve sintesi della trama e un commento critico relativo al rapporto tra tale testo e il genere giallo. Sarà altresì sottolineato il maggiore o minore successo di critica e di pubblico della pièce.

Trappola per topi1) Trappola per topi (in castigliano La ratonera)
Annunciata nel programma di sala come “il maggior successo del teatro giallo” (London, 1997, p. 60), Trappola per topi fu rappresentata, con grande aspettativa, a Madrid il 12 novembre 1954, al Teatro Infanta Isabel. Lo storico Federico Carlos Sainz de Robles la definì ingegnosa e interessante, e ne aveva ben donde. La pièce ottenne un successo enorme: il 30 dicembre 1954 raggiunse le cento repliche, mentre il 14 settembre 1955 superò le cinquecento. Trappola per topi consacrò l’attrice María Luisa Ponte e, a quanto ci risulta, fu anche la prima pièce in cui lavorò una delle migliori e più acclamate attrici della scena spagnola: Julia Gutiérrez Caba (Ponte, 1993, p. 223). Il forte impatto di Trappola per topi in Spagna fece sì che il proprietario del Teatro Infanta Isabel, il brioso Arturo Serrano, grande appassionato di teatro giallo, decidesse di allestire negli anni seguenti altri titoli della “regina del crimine”. Arturo Serrano organizzò anche un riallestimento di Trappola per topi, il 1 dicembre 1965, riuscendo a mantenerla in cartellone per settantacinque sere di fila. Di recente, la pièce è stata nuovamente messa in scena in Spagna sotto la direzione e per l’adattamento di Ramón Barea.

Trama con spoiler
La trama di Trappola per topi è tipica dello stile di Agatha Christie: una giovane coppia ha ereditato una casa vittoriana e decide di affittarne le stanze convertendola in pensione. In una fredda notte d’inverno, arrivano gli inquietanti inquilini che in essa passeranno il fine settimana: un giovane eccentrico, una signora anziana dal pessimo carattere, un misterioso straniero e un militare in pensione. Poco dopo sopraggiunge un giovane sergente di polizia, che è riuscito a farsi strada attraverso la neve, per avvertirli di un pericolo che li minaccia: qualcuno di loro potrebbe essere coinvolto in un delitto commesso anni prima. Nonostante la presenza del poliziotto, l’anziana signora viene assassinata e, dopo essere rimasti completamente isolati a causa della neve e con le linee telefoniche fuori uso, tutti iniziano a temere di essere la prossima vittima. La casa si trasforma quindi in una trappola per topi e i vari personaggi iniziano progressivamente a sospettare l’uno dell’altro. Il giovane poliziotto propone di ricostruire il delitto ma in realtà è un tranello per restare solo con la giovane proprietaria e ucciderla. Malgrado ciò, il militare in pensione, che al contrario del giovane è un vero poliziotto, riesce a catturare il colpevole e a fermarlo in tempo.

Commento critico
Trappola per topi è la tipica pièce gialla in cui l’assassino si scopre solo alla fine in modo da permettere allo spettatore di sospettare di ogni singolo personaggio, visto che ognuno ha il movente e l’occasione per commettere il delitto. L’ambientazione in una casa vittoriana, di notte e durante una tempesta di neve, con l’assoluta impossibilità di comunicare con il mondo esterno, è un altro classico del genere giallo, che sfrutta spesso gli spazi chiusi in cui solo i personaggi che si vedono in scena possono essere i colpevoli. Una torbida storia riguardante la morte di un bambino per negligenza degli adulti è il movente che spinge la mano dell’assassino, che, come scopriranno in seguito gli spettatori e i personaggi stessi, si è già lasciato dietro un’altra vittima. Nel finale, altra situazione classica del genere giallo, gli spettatori si troveranno ad assistere a un secondo colpo di scena: il sergente di polizia, apparentemente giunto alla pensione per dare protezione, è in realtà il responsabile dei delitti.

Testimone d'accusa2) Testimone d’accusa (in castigliano Testigo de cargo)
Il Teatro Infanta Isabel tornò ad allestire una commedia gialla di Agatha Christie il 13 gennaio 1956. La pièce in questione era Testimone d’accusa; inizialmente concepita come racconto breve e poi trasposta in opera teatrale dalla stessa autrice. Anche in questo caso, come si è già visto per Trappola per topi, lo storico Federico Carlos Sainz de Robles espresse un giudizio positivo sul testo rappresentato a Madrid. Nel 1957, Billy Wilder ne trasse una versione cinematografica.

Trama con spoiler
In Testimone d’accusa un affascinante giovane di nome Leonard Vole è accusato di aver ucciso un’anziana e ricca zitella amica sua, a cui spesso faceva visita, lasciandole credere di essere celibe quando in realtà era sposato. Nel testamento, l’anziana donna lascia tutto il suo patrimonio proprio a Leonard. Tutti gli indizi sono contro di lui, ma l’avvocato che si occupa del caso è chiamato a indagare sull’alibi fornito dal giovane, in base al quale all’ora del delitto egli si trovava in compagnia di sua moglie Romaine. L’avvocato non è molto convinto che il tribunale sia disposto a credere alla testimonianza di una donna innamorata, tuttavia, egli si stupisce non poco quando Romaine dichiara con insistenza davanti alla corte che il marito è rientrato a casa con gli abiti insanguinati. Malgrado questo, e grazie anche a un biglietto anonimo e all’aiuto di una donna di facili costumi, l’avvocato riesce a entrare in possesso di una lettera scritta da Romaine all’amante, in cui ella esprime la sua gioia per la possibilità di disfarsi una volta per tutte del marito, anche se all’ora del delitto era in casa con lei. L’avvocato presenta la lettera come prova e la testimonianza di Romaine, accusata di spergiuro, viene invalidata, al punto che Leonard ottiene l’assoluzione. A questo punto, però, si scopre che l’obiettivo di Romaine era proprio questo e che era stata lei a scrivere la falsa lettera all’amante e a consegnarla, travestita da donna di facili costumi, all’avvocato. Tutto questo, naturalmente, per salvare il marito che, in realtà, è colpevole. Romaine si prepara, così, ad andare in carcere per spergiuro, ma quando si accorge che il marito la disprezza e che sta per andarsene con la sua vera amante, lo uccide con una pugnalata.

Commento critico
Testimone d’accusa è una commedia gialla di tipo “processuale”, con pochi personaggi e in cui l’esposizione dei fatti e la psicologia dei protagonisti è più importante dell’azione. L’intera trama è quasi completamente al servizio del personaggio di Romaine che, essendo consapevole dell’impossibilità di essere creduta dalla giuria, si sente in dovere di simulare antipatia nei confronti del marito insistendo sulla sua colpevolezza. Il colpo di scena arriva come sempre alla fine quando lo spettatore scopre che era tutta una messinscena orchestrata da lei in modo da passare per spergiura e garantire la libertà a Leonard. Nel racconto breve, Leonard viene assolto e il suo delitto resta impunito, cosa che invece non succede nella versione teatrale in cui Agatha Christie ha aggiunto la scena dell’assassinio di Leonard da parte della stessa Romaine quando ella scopre che il marito ha un’amante con cui pensa di spendere i soldi ereditati dall’anziana. Il castigo dei criminali, oltre ad essere quasi obbligatorio nel romanzo a enigma, all’epoca era anche caldamente raccomandato dalla censura.

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La sagra del delitto (Dead Man’s Folly)

Sintesi: Hercule Poirot viene invitato da Ariadne Oliver (personificazione di Agatha Christie) a partecipare a una “caccia all’assassino”, che lei stessa sta organizzando a Nasse House, perché la donna ha la sensazione che ci sia qualcosa che non va. Il giorno della “caccia”, Marlene Tucker, che dovrebbe impersonare la vittima, viene trovata morta sul serio, mentre Hattie Stubbs, moglie del padrone di casa, scompare nel nulla. Hercule Poirot ci metterà non poco per capire che quasi tutti, in quella casa, stanno facendo il doppio gioco.

La sagra del delittoCuriosità:
1)
Il titolo originale, Dead Man’s Folly, si riferisce a un tempietto, soprannominato “Follia”, eretto all’interno della tenuta di Nasse House. In inglese, il termine folly indica anche una costruzione architettonicamente stravagante:

“La quercia dove adesso si trova il tempietto?”.
Il vecchio si girò di lato e sputò con disgusto.
“Già, il tempietto… C’è anche chi lo chiama la “Follia”, ed è proprio una follia… Roba da matti! All’epoca del vecchio Folliat non c’era niente del genere. Scommetto che è stata un’idea della moglie. L’hanno fatto costruire una ventina di giorni dopo essere arrivati e sono sicuro che è stata lei a convincere Sir George. Sta proprio male, piantato lì in mezzo agli alberi. Invece sapete cosa ci starebbe bene? Una bella casetta rustica per l’estate, con i vetri colorati. Quella sì, caspita!”.
(pag. 46, traduzione di Grazia Maria Griffini, 1956)

2) Nasse House è la versione romanzata di Greenway House, casa georgiana risalente al 1790 e circondata da trentatré acri di terreno, acquistata da Agatha Christie e dal secondo marito Max Mallowan poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, periodo in cui la dimora fu requisita dall’Ammiragliato per conto della Marina degli Stati Uniti per ospitare gli ufficiali.

3) Come accaduto già in altri romanzi aventi tra i protagonisti Ariadne Oliver, Agatha Christie “sfrutta” il personaggio per manifestare apertamente i problemi quotidiani che si trova ad affrontare nel suo ruolo di scrittrice:

La signora Oliver fece un profondo respiro e si rivolse a Poirot.
“Allora sono costretta a spiegarvi tutto a voce. Purtroppo non sono tanto brava nell’esprimermi… Cioè, se scrivo ho sempre le idee molto chiare, ma se comincio a parlare ne esce sempre una storia terribilmente confusa e complicata! Ecco perché non mi piace mai raccontare a voce la trama dei miei romanzi! Ho imparato con il tempo a non farlo, perché altrimenti la gente comincia a guardarmi con gli occhi sbarrati, e a dire: “Ehm… già, certo, ma… non riesco a capire che cosa è successo”, oppure: “Come è possibile che da questa roba venga fuori un libro?”. È così avvilente! E poi non è neanche vero, perché, quando mi metto a scrivere, il libro viene fuori, eccome!”.
(pag. 35, traduzione di Grazia Maria Griffini, 1956)

4) Nel 1986 il romanzo è diventato un film per la televisione intitolato Caccia al delitto e interpretato da Peter Ustinov, protagonista di tre pellicole cinematografiche (Assassinio sul Nilo (tratto da Poirot sul Nilo), Delitto sotto il sole (tratto da Corpi al sole) e Appuntamento con la morte (tratto da La domatrice)) e tre adattamenti televisivi delle opere di Agatha Christie (13 a tavola (tratto da Se morisse mio marito), Caccia al delitto e Delitto in tre atti (tratto da Tragedia in tre atti)).

5) Di recente La sagra del delitto è diventato anche un videogioco per PC e per iPad tra i più scaricati al mondo.

La sagra del delitto

Riferimenti intertestuali:

1) Riferimento al romanzo Il circolo Pickwick di Charles Dickens (1812-1870) e al personaggio di Betsy Trotwood, prozia paterna di David Copperfield nell’omonimo romanzo:
“Sembri Betsy Trotwood che fa una campagna di propaganda contro gli asini”.
“Betsy Trotwood? E chi sarebbe?”, domandò Sir George candidamente.
“Dickens”.
“Oh, Dickens. Sì, ho letto, anni fa, Il circolo Pickwick. Niente male, niente male davvero… Mi ha colpito. Ma, scherzi a parte, quella gentaglia è diventata un vero pericolo. Ci mancava solo l’ostello della gioventù. Sbucano da ogni parte, rischi da un momento all’altro di trovarteli tra i piedi, e indossano abiti inverosimili… […] Ce ne sono di tutte le nazionalità: italiani, iugoslavi, olandesi, finlandesi… Non mi meraviglierei di incontrare anche qualche esquimese! Sono quasi tutti comunisti, sarei pronto a scommetterci”.
(pag. 29, traduzione di Grazia Maria Griffini, 1956)

La sagra del delitto2) Riferimento a un frammento – libro I, canto 9, stanza 40 – del poema epico incompiuto di Edmund Spencer (1552-1599) La regina delle fate (Sleepe after toyle, port after stormie seas, Ease after warre, death after life does greatly please):
“Conoscete quei versi di Spencer? Il sonno dopo la fatica, il porto dopo i mari tempestosi, la quiete e gli agi dopo la guerra, la morte dopo la vita sono un gran godimento…” Fece una pausa e, senza mutare il tono di voce, proseguì: “È un mondo molto cattivo, questo, Monsieur Poirot. Ed è pieno di gente molto cattiva. Probabilmente lo sapete quanto me. Mi guardo bene dal dirlo di fronte ai giovani per non scoraggiarli, ma è la verità… Sì, è un mondo molto cattivo…”.
(pag. 43, traduzione di Grazia Maria Griffini, 1956)

 

 

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Dieci piccoli indiani (Ten Little Niggers)

Sintesi: Dieci persone che non si conoscono vengono invitate a Nigger Island. Una volta giunte sul posto, una voce, emessa da un grammofono, le accusa di assassinio. Al ritmo dei versi di una filastrocca per bambini, Ten Little Niggers appunto, i personaggi vengono eliminati uno alla volta fino alla rivelazione finale. Dal romanzo è stata tratta l’omonima pièce teatrale.
Curiosità: L’edizione americana, del 1940, ebbe alcuni problemi a causa della parola “niggers” (negretti) nel titolo; di conseguenza, il libro fu reintitolato …And Then There Were None. In seguito, si trovò l’ulteriore soluzione di chiamarlo Ten Little Indians.
La nursery rhyme utilizzata da Agatha Christie per eliminare, progressivamente, i personaggi della narrazione deriva da un adattamento della canzone del 1868, di Septimus Winner, Ten Little Injuns, molto nota all’epoca per l’uso che ne veniva fatto negli spettacoli di varietà in cui attori bianchi si travestivano da neri per parodiare i canti della tradizione afroamericana.
Il testo si distingue anche per il modo in cui l’autrice alterna la narrazione onnisciente in terza persona a vere e proprie incursioni nella mente dei personaggi evidenziandone paure, ossessioni e il lento precipitare nella follia:
“È Armstrong… L’ho visto che mi guardava di traverso proprio adesso… ha gli occhi folli… davvero folli… forse non è affatto un medico… Ma certo, è così!… È un pazzo scappato da qualche casa di cura, che finge di essere un dottore… È vero… Devo dirlo agli altri? Devo gridarlo?… No, non bisogna metterlo in guardia… E poi, sembra così… Che ora è?… Solo le tre e un quarto!… Oh, Dio divento pazza anch’io… Sì, è Armstrong… Mi sta fissando…” (Dieci piccoli indiani, pag. 127, traduzione di Beata Della Frattina per Mondadori, 1946)

Avevo scritto Dieci piccoli indiani perché ero rimasta affascinata dai problemi che mi poneva. Dieci persone dovevano morire senza che la cosa diventasse ridicola o l’assassino fosse troppo facilmente identificabile. Il libro, nato da una lunga fase di elaborazione, mi riempì di soddisfazione. Era chiaro, lineare e al tempo stesso sconcertante, tanto che, nonostante fosse retto da una logica ferrea, dovetti aggiungere un epilogo per spiegare come si erano svolti i fatti. Ebbe un’ottima accoglienza, sia dal pubblico sia dalla critica, ma la più felice di tutti ero io, perché sapevo la fatica che mi era costato.
(Agatha Christie, La mia vita, traduzione di Maria Giulia Castagnone, Mondadori, 1978, pagg. 552-553)

And then there were none - René ClairRiferimenti intertestuali:

1) Riferimento alla Sacra Bibbia, Salmo 9:15-17 (The heathen are sunk down in the pit that they made: in the net which they hid is their own foot taken. The Lord is known by the judgment which he executeth. The wicked shall be turned into hell, and all the nations that forget God):
Nella sua camera, Emily Brent, vestita di seta nera per la cena, leggeva la Bibbia. Le sue labbra si muovevano leggermente mentre seguiva con gli occhi le parole: Gli infedeli cadono nella trappola che hanno preparato, nella rete che loro stessi nascosero è preso il loro piede. Si riconosce il Signore dalla sua condanna. I malvagi saranno gettati nell’inferno.
(pag. 35, traduzione di Beata Della Frattina per Mondadori, 1946)

2) Riferimento alla raccolta Schwanengesang (Il canto del cigno) di Franz Schubert (1797-1828) che qui viene utilizzata anche nel significato metaforico di “ultimo segno di vitalità”:
Rogers disse: “È la verità, signore. Lo giuro davanti a Dio. Non sapevo di che cosa si trattasse, non l’ho mai saputo. C’era un titolo sul disco… credevo che fosse un pezzo di musica”.
Wargrave guardò Lombard. “C’è davvero un titolo?”. Lombard annuì. A un tratto sorrise, mostrando i bianchi denti affilati. “Proprio così, signore. Il canto del cigno…”.
(pag. 41, traduzione di Beata Della Frattina per Mondadori, 1946)

Ten Little Injuns3) Riferimento alla Sacra Bibbia, Libro dei Numeri 32:23 (But if you will not do so, behold, you have sinned against the Lord, and be sure your sin will find you out):
La signorina Brent mormorò: “Rammento un motto che stava esposto nella mia camera, quando ero bambina: “La tua stessa colpa ti farà scoprire”. Ed è verissimo. La tua stessa colpa ti farà scoprire”.
(pag. 71, traduzione di Beata Della Frattina per Mondadori, 1946)

4) Riferimento alla Sacra Bibbia, Salmo 91:5 (You will not be afraid of the terror by night, Or of the arrow that flies by day):
Non conoscerai il terrore di notte, né la freccia che scocca di giorno…”. Era giorno, adesso: non c’era terrore. “Nessuno di noi lascerà quest’isola”. Chi l’aveva detto? Ma certo, il generale Macarthur, che aveva un cugino sposato con Elsie MacPherson. Sembrava che il suo destino non lo interessasse. Anzi, era parso contento all’idea di morire. Malvagio! Un sentimento simile era sacrilego. Certa gente dà così poco valore alla vita che finisce per togliersela.
(pag. 117, traduzione di Beata Della Frattina per Mondadori, 1946)

Mi ritornò in mente una poesia della mia infanzia: la filastrocca dei dieci poveri negretti. Fin da bambino, mi aveva affascinato, con quella sua inesorabile sottrazione, quel senso di inevitabile.

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Miss Marple: Giochi di prestigio (They Do It with Mirrors)

Sintesi: Su espressa richiesta della sorella di Carrie Louise Serrocold, Miss Marple arriva a Stonygates per verificare che quest’ultima non sia in pericolo di vita. In effetti, nella residenza della donna, attualmente sposata con il terzo marito, si raduna un bel campionario di parenti ognuno dei quali potrebbe avere una ragione per eliminarla. A venire ucciso, tuttavia, è Christian Gulbrandsen, figlio del primo marito di Carrie, che si era presentato improvvisamente nella tenuta senza spiegarne la vera motivazione. Miss Marple riuscirà a dimostrare come la sua uccisione sia avvenuta grazie a una messinscena teatrale ben orchestrata.
Curiosità:
1)
Negli Stati Uniti, il romanzo è conosciuto anche con il titolo Murder with Mirrors.

Miss Marple: Giochi di prestigio

Immagine tratta da: RadioCorriere TV, anno LXVIII, n. 33/1990

2) Nel 1985 ne fu tratto un film televisivo con Helen Hayes, nel ruolo di Miss Marple, e Bette Davis, in quello di Carrie Louise. Il titolo italiano prescelto fu Assassinio allo specchio, che però richiama un altro romanzo della stessa Christie e perfino un’altra pellicola, del 1980, interpretata da Angela Lansbury ed Elizabeth Taylor, il che fu causa di non poca confusione. Vedesi, ad esempio, la foto sopra che reclamizza il film utilizzando come sintesi quella della pellicola sbagliata.
3) Giochi di prestigio è il romanzo che più di ogni altro cerca di dimostrare che “tutto il mondo è un palcoscenico” chiamando in causa quella finzione teatrale che Agatha Christie ha dimostrato più di una volta di amare profondamente:

Stavo considerando tutta la faccenda da un punto di vista totalmente diverso. Stavo pensando a questo luogo come se si trattasse di un teatro: niente è reale, tutto è artificiale! Venite un momento qui. Immaginate che questo sia un palcoscenico con le luci, le entrate, le uscite. I vari personaggi. Silenzio. È molto interessante. Non è proprio un’idea mia, me l’ha suggerita l’ispettore.
(Agatha Christie, Miss Marple: Giochi di prestigio, traduzione di Ombretta Giumelli, Mondadori 1954, pp. 181-182)

4) È una delle opere dell’autrice in cui si parla male degli italiani e della loro mentalità, al punto che la traduzione italiana del seguente commento fu prima omessa e poi ripristinata:

Gina? […] Perché dovrebbe provocarlo?
Perché è una donna… e per di più bellissima, e perché lo trova divertente. È per metà italiana, vedete, e gli italiani hanno una vena inconscia di crudeltà. Non hanno alcuna compassione per chi è vecchio, brutto, o in qualche modo anormale. Gli puntano addosso il dito e lo prendono in giro. È questo che ha fatto Gina, in senso metaforico. Non sapeva che farsene del giovane Edgar, così ridicolo, pomposo e, dentro, fondamentalmente insicuro. Voleva far colpo, e riusciva solo a sembrare sciocco. A Gina non importa affatto se quel poveretto soffre molto!
(Agatha Christie, Miss Marple: Giochi di prestigio, traduzione di Ombretta Giumelli, Mondadori 1954, p. 134)

Miss Marple: Giochi di prestigioRiferimenti intertestuali:

1) Riferimento allo stilista francese Christian Dior e alla sua casa di moda, che all’epoca del romanzo della Christie era stata fondata da appena sei anni:
“E cosa fa poi Carrie Louise? Sposa questo Lewis Serrocold, un altro eccentrico idealista. Oh, non dico che non le sia affezionato… credo che lo sia… ma è anche lui roso dalla smania di voler aiutare il prossimo, quando ormai si sa che ci si deve aiutare da soli!”.
“Chissà…”, disse Miss Marple.
“Solo che, naturalmente, c’è una moda anche in queste cose, come nei vestiti. A proposito, mia cara, hai visto cosa sta cercando di proporci in tema di gonne Christian Dior?”.
(Miss Marple: Giochi di prestigio, traduzione di Ombretta Giumelli per Mondadori, 1954, pp. 12-13)

2) Riferimento ironico al canto III, verso 9, dell’Inferno di Dante:
“La psichiatria ha cominciato a farsi strada durante la guerra… è stata l’unica cosa buona che ci ha lasciato la guerra… Ma adesso voglio per prima cosa spiegarvi il nostro approccio iniziale al problema. Guardate qui in alto…”.
Miss Marple alzò lo sguardo e lesse queste parole scolpite sull’arco della porta d’ingresso: RITROVATE LA SPERANZA O VOI CHE ENTRATE!
(Miss Marple: Giochi di prestigio, traduzione di Ombretta Giumelli per Mondadori, 1954, pp. 56-57)

3) Riferimento a Limehouse Nights (1916), raccolta di racconti dello scrittore britannico Thomas Burke (1886-1945):
“È stata una di quelle cose che capitano così all’improvviso, chissà perché! Un effetto particolare… un’idea… e tutto il resto non conta più! Il prossimo mese presenterò Limehouse Nights; ieri sera… tutt’a un tratto… lo scenario era magnifico!… La luce perfetta… C’era la nebbia… I fari tagliavano la nebbia e sembravano rimbalzare indietro… sull’enorme sagoma dell’edificio”.
(Miss Marple: Giochi di prestigio, traduzione di Ombretta Giumelli per Mondadori, 1954, p. 130)

4) Riferimento ai compositori Georg Friedrich Haendel (1685-1759), Carl Czerny (1791-1857) e Fryderyk Franciszek Chopin (1810-1849) e alla canzone I know a lovely garden, su musiche di Guy D’Hardelot (1858-1936) e testo di Edward Teschemacher (1876-1940):
“Ecco qui la musica di una volta! Il Largo di Haendel, gli Esercizi di Czerny. Tutta roba che apparteneva al vecchio Gulbrandsen. “Conosco un giardino delizioso…” ricordo che lo cantava la moglie del vicario, quando io ero un ragazzo…”.
Tacque e prese in mano i fogli ingialliti di quella canzone. Sotto, appoggiata sui Preludi di Chopin, c’era una piccola pistola automatica.
(Miss Marple: Giochi di prestigio, traduzione di Ombretta Giumelli per Mondadori, 1954, p. 155)

Miss Marple: Giochi di prestigio5) Riferimento al celebre balletto del Lago dei cigni (1876), musicato da Pëtr Il´ič Čajkovskij (1840-1893) e alla fiaba La Regina delle nevi (1844) di Hans Christian Andersen (1805-1875):
“Se si potesse cancellare quella mostruosità in stile vittoriano”, disse strizzando gli occhi, “questo potrebbe essere il Lago dei cigni e tu, Gina, il Cigno! Ma somigli piuttosto alla Regina delle Nevi, a pensarci bene: crudele, decisa a ottenere quello che vuoi, senza alcuna pietà, né bontà, né la minima compassione. Sei molto, molto femminile, Gina cara!”.
(Miss Marple: Giochi di prestigio, traduzione di Ombretta Giumelli per Mondadori, 1954, p. 175)

6) Riferimento al testo teatrale La dodicesima notte di William Shakespeare, noto anche con il titolo La notte dell’Epifania:
“Ciao Alex!”, disse, “Quel marmocchio, Ernie Gregg… non so se te lo ricordi”.
“Quello che faceva Feste, il buffone, quando hai messo in scena La notte dell’Epifania? Aveva del talento, mi pare”.
(Miss Marple: Giochi di prestigio, traduzione di Ombretta Giumelli per Mondadori, 1954, p. 183)

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Un cavallo per la strega (The Pale Horse)

Un cavallo per la strega (The Pale Horse)Sintesi: Mark Easterbrook, invitato a partecipare a una festa parrocchiale organizzata dalla cugina Rhoda a Much Deeping, decide di coinvolgere nella cosa anche la sua amica Ariadne Oliver che, reduce da una terribile esperienza, non ha molta voglia di prendere parte a un evento mondano. Le cose, tuttavia, vanno per il meglio fino a quando non decidono di visitare Il Cavallo pallido, una vecchia locanda, ora convertita in abitazione privata, in cui tre “streghe” tengono una serie di sedute spiritiche. Ben presto, si scoprirà che Il Cavallo pallido è collegato con alcune morti misteriose riguardanti persone che, fino a poco tempo prima, erano in buona salute. Curiosità: Il titolo originale è tratto dal Libro della Rivelazione di San Giovanni, capitolo sei, verso ottavo: And I looked and beheld a pale horse: and his name that sat on him was Death, and Hell followed with him…
Nel corso della narrazione, il personaggio di Ariadne Oliver fa riferimento a una “caccia all’assassino” finita male la cui trama è narrata nel romanzo La sagra del delitto.
La cugina di Mark, Rhoda, era già comparsa nel romanzo Carte in tavola.
Il libro è dedicato a “John e Helen Mildmay White – ringraziandoli molto per l’opportunità che mi hanno dato di veder fatta giustizia”.

Era uno strano personaggio, il signor P. Un giorno, forse per impressionarmi, estrasse di tasca un pezzo di roba scura e me lo mostrò, domandandomi: “Sa cos’è?”.
“No”, risposi.
“È curaro. Mai sentito nominare?”.
Gli dissi che avevo letto qualcosa in proposito.
“È una sostanza interessante, molto interessante. Presa per bocca è assolutamente innocua, mentre se entra in circolo, procura paralisi e morte. È quella che viene usata per preparare le frecce avvelenate. Sa perché la porto in tasca?”.
“No”, risposi. “Non ne ho la minima idea”. In realtà, mi sembrava una pazzia, ma mi tenni per me il mio giudizio.
“Mi dà un senso di potenza”, disse con aria meditabonda.
Lo guardai meglio. Era un ometto buffo, piuttosto tondo, dalla faccetta rosea e dall’aspetto vagamente somigliante a quello di un pettirosso. Aveva una strana aria infantile e soddisfatta.
Le mie lezioni terminarono non molto tempo dopo, ma io continuai a pensare al signor P., di tanto in tanto. Nonostante la sua aria da cherubino, qualcosa in lui mi faceva sospettare che sarebbe potuto diventare pericoloso. La sua figura si era impressa così bene nella mia memoria che, cinquant’anni dopo, quando mi accinsi a scrivere Un cavallo per la strega, la ritrovai lì, in attesa.
(Agatha Christie, La mia vita, traduzione di Maria Giulia Castagnone, Mondadori, 1978, pag. 296)

Riferimenti intertestuali:

Un cavallo per la strega (The Pale Horse)1) Riferimento alla canzone tradizionale irlandese Father O’Flynn (1906):
Il dottor Corrigan, fischiettando Father O’Flynn, entrò nell’ufficio dell’ispettore distrettuale Lejeune e si rivolse a lui in vena di loquacità.
(pag. 23, traduzione di Lidia Ballanti per Mondadori, 1983)

2) Riferimento all’attore britannico Sir Henry Irving (1838-1905), a cui fu conferito il titolo onorifico di cavaliere nel 1895 e noto anche per la sua amicizia con lo scrittore Bram Stoker (1847-1912):
“È una bella farmacia”.
“È un negozio di prim’ordine”, affermò il signor Osborne, con una nota d’orgoglio nella voce. “Siamo qui da quasi cent’anni. Mio nonno e mio padre prima di me. È un’azienda di famiglia, una buona famiglia all’antica. Non che io la pensassi così, da ragazzo. Allora lo vedevo come un lavoro noioso. Come molti giovani, ero attratto dal teatro. Ero convinto di saper recitare. Mio padre non cercò di fermarmi. “Prova a vedere cosa riesci a fare, ragazzo mio. Ti accorgerai di non essere Sir Henry Irving”. Così mi disse mio padre, e come aveva ragione!”.
(pag. 38, traduzione di Lidia Ballanti per Mondadori, 1983)

3) Riferimento al Macbeth di William Shakespeare e alle opere di Richard Wagner:
“Ci vuole proprio qualcosa di buono da mangiare e da bere, dopo gli abbondanti spargimenti di sangue e l’atmosfera tragica del Macbeth. Shakespeare mi fa sempre venire un appetito formidabile”, osservai.
“Già. È lo stesso per Wagner. I crostini di salmone affumicato durante gli intervalli al Covent Garden non sono mai abbastanza per placare il tormento”, affermò Hermia.
(pag. 41, traduzione di Lidia Ballanti per Mondadori, 1983)

4) Riferimento a Ruggero Bacone (1214 circa, 1294), inventore della polvere da sparo, e a Sir Francis Bacon (1561-1626) ritenuto da molti il vero autore delle opere di Shakespeare:
“Macbeth ordinava al dottore di uccidergli la moglie. Eppure, lui l’amava. Non nascondeva mai la sua lotta fra la paura e l’amore. Quel “Più in là avresti dovuto morire” è stata la battuta più impressionante che io abbia mai sentito”.
“Shakespeare avrebbe qualche sorpresa, se vedesse recitare le sue tragedie al giorno d’oggi”, osservai bruscamente.
“Ma in realtà, non fu un certo Bacone, quello che scrisse le opere di Shakespeare?”, chiese Poppy.
“È una teoria superata ormai”, le spiegò David, gentilmente. “E che cosa sai tu, di Bacone?”.
“Inventò la polvere da sparo”, rispose lei, trionfante.
(pag. 45, traduzione di Lidia Ballanti per Mondadori, 1983)

5) Riferimento ai libri sulla stregoneria Malleus Maleficarum (1486), compilato dai monaci inquisitori Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer, e Saducismus Triumphatus (1681), di Joseph Glanvill:
Mi avvicinai e, osservando i volumi, dissi: “Ha delle opere rarissime, signorina Grey. È questo il Malleus Maleficarum originale? Ha dei veri tesori”.
“Già, è così, vero?”.
“Quel Grimoire… è un’autentica rarità”. Presi dagli scaffali un volume dopo l’altro. Thyrza mi osservava con un’aria di calma soddisfazione che non capivo.
Rimisi al suo posto Saducismus Triumphatus mentre Thyrza commentava: “Fa piacere conoscere qualcuno che sa apprezzare i tesori degli altri. La maggior parte della gente sbadiglia o, al massimo, sgrana gli occhi”.
(pag. 72, traduzione di Lidia Ballanti per Mondadori, 1983)

Un cavallo per la strega (The Pale Horse)6) Riferimento all’influente famiglia italiana dei Borgia:
“La morte. C’è sempre stato un commercio più intenso, in quel campo, di quanto non vi sia mai stato per i filtri d’amore. Eppure, che sistemi infantili usavano, in passato! Prendete i Borgia e i loro famosi veleni segreti. Sapete che cosa usavano in realtà? Comunissimo arsenico bianco. Ma oggi abbiamo fatto grandi progressi. La scienza ci ha allargato le frontiere”.
(pag. 74, traduzione di Lidia Ballanti per Mondadori, 1983)

 

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Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express)

Assassinio sull'Orient ExpressSintesi: Durante un viaggio sull’Orient-Express, da Istanbul a Londra, Hercule Poirot resta coinvolto nell’omicidio di Mr. Ratchett, un uomo d’affari americano, nei confronti del quale lo stesso Poirot provava una certa antipatia. Poiché il treno rimane bloccato a causa di una tormenta, l’investigatore belga si vede costretto a fare luce su un assassinio che porterà a una soluzione inaspettata e che avrà a che fare con la giustizia umana più che con quella divina. Riferimenti alla realtà: La storia è stata ispirata dal rapimento, con conseguente uccisione, del figlio dell’aviatore Charles Lindbergh nel 1932. L’episodio della tormenta di neve si basa, invece, su un fatto avvenuto nel 1929, quando l’Orient-Express rimase bloccato per sei giorni in una situazione analoga. Curiosità: Negli Stati Uniti, il romanzo ha assunto il titolo Murder on the Calais Coach perché Orient Express era il titolo attribuito a un romanzo di Graham Greene e la cosa avrebbe potuto generare confusione.

Quando mi annunciarono che avremmo realizzato una nuova versione della storia, lessi il romanzo più e più volte per ricordare a me stesso la serietà della trama e quanto direttamente andasse a colpire il fulcro della fede e delle convinzioni di Hercule Poirot. Dopo aver ultimato la lettura, mi convinsi di quanto fosse importante che la nuova versione televisiva rispettasse il tono del romanzo e feci in modo che questa mia certezza si traducesse anche nella sceneggiatura e, di conseguenza, nell’interpretazione che diedi del personaggio. Non ci sono battute di spirito in Assassinio sull’Orient Express. Mette in scena un brutale omicidio e io volevo che la cosa fosse ben chiara. Non riguarda affatto il personaggio di Poirot noto per la sua pignoleria e per le sue buffe retine per i capelli e per i baffi; è una storia sulla malvagità e sul fatto che possa o meno essere giustificata.
Nel romanzo originale, Agatha Christie non scrisse mai che il personaggio di Poirot indossa una retina per capelli o una retina per baffi, come invece succede nella celebre pellicola cinematografica, e non ci sono nemmeno strizzatine d’occhio né occasioni di divertimento. Al contrario, l’autrice lo dipinge come un uomo costretto a confrontarsi con un orribile assassinio, ma che, nel risolverlo, si trova ad affrontare un dilemma che gli tormenta la coscienza. […]
Non c’è niente da ridere nella splendida storia narrata da Agatha Christie, poiché pone Poirot, un cattolico devoto, di fronte al problema di risolvere un omicidio premeditato fondato sulla vendetta, che qualcuno può essere indotto a giustificare sulla base dell’inutilità esistenziale di un uomo che provava piacere nel distruggere gli altri per la propria egoistica soddisfazione personale.
(David Suchet, Poirot and Me, Headline Publishing Group, London 2013, pp. 304-305, traduzione mia)

Assassinio sull'Orient ExpressRiferimenti intertestuali:
1) Esempio di fiction nella fiction attraverso la citazione del libro immaginario Love’s Captive dell’altrettanto immaginaria Arabella Richardson:
Parlate molto, insieme?
No. Io preferisco leggere.
Poirot sorrise. Gli sembrava di vedere la scena: il grosso, loquace italiano che chiacchierava, mentre il taciturno, allampanato inglese non gli dava retta e continuava a leggere.
E che cosa legge, se non sono indiscreto?
Attualmente un romanzo di Arabella Richardson, Prigioniera d’amore.
Un bel romanzo, eh?
(pag. 80, traduzione di Alfredo Pitta per Mondadori, 1935)

2) Riferimento al Come vi piace di Shakespeare e al personaggio di Rosalinda:
Accennavo poc’anzi alla madre della signora Armstrong: era Linda Arden, celeberrima attrice; fra l’altro aveva nel repertorio parecchi drammi di Shakespeare. Pensi alla foresta Arden e a Rosalind, in Come vi piace, e vedrà dove l’attrice si è ispirata per il suo nome d’arte.
(pag. 181, traduzione di Alfredo Pitta per Mondadori, 1935)

La tragica vicenda di Charles Lindbergh viene ripresa, con uno stile completamente diverso, anche nei diari di John Cheever pubblicati con il titolo Una specie di solitudine:

Ieri sera a vedere dei vecchi cinegiornali su Charles e Anne Lindbergh. Un giovane uomo con il coraggio di un giovane uomo, di uno che guarda il mondo naturale come una sfida da affrontare a cuor leggero. Come B.M., audace e stupido. Il volo trascendente, la sensazione che questo lo ponga in una posizione quasi soprannaturale. L’accoglienza a Le Bourget. L’adulazione della città di Parigi. Foto di lui sul balcone dell’ambasciata. Padrone di sé, diretto. Foto di lui sulla nave che lo riporta a casa. L’ingresso nel porto di New York e i festeggiamenti, ancora più fastosi dei festeggiamenti per la fine della guerra. Le bufere di carta che non si sono mai più viste.
[…] Molto prima, Anne; si innamora di lei. Lei doveva essere timida. Il matrimonio.
I voli insieme. Il primo figlio. Il pervertito tedesco. Quasi una perversione dell’epoca. La follia. Rapisce il figlio e lo uccide senza un motivo, con crudeltà. Poi le immagini riprese del bambino mostrate per l’identificazione. Un bel bambino. Il processo. La deposizione impassibile di L., la sua volontà di uccidere il pervertito. La curiosa divisione delle simpatie della stampa. L’infelicità di Anne. La morte di Hauptmann. La nascita di un altro figlio. Il loro isolamento. La loro infelicità insieme.
(John Cheever, Una specie di solitudine: i diari, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano 2012, pp. 37-38, traduzione di Adelaide Cioni)

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La bocca e la strega nei romanzi di Agatha Christie

Il presente frammento è tratto dalla tesi di dottorato Le mythe de l’enfance dans le «detective novel» d’Agatha Christie et dans le roman de mystère de Pierre Véry di Grandidier Stanislas, presentata presso l’Université Nancy II il 23 ottobre 2008. La traduzione è mia.

Agatha ChristieLa bocca: Un episodio dell’infanzia di Agatha Christie merita di essere citato per il significato traumatico di cui è portatore. Una certa Miss Tower, amica di sua madre, aveva l’abitudine di correrle incontro e abbracciarla con eccessiva effusione; tuttavia, a differenza di Cappuccetto Rosso che non sapeva quanto fosse pericoloso fermarsi ad ascoltare il lupo, Agatha non sottovalutava affatto il pericolo:

Mi ricordo di una certa Miss Tower […] solo per via di tutti gli stratagemmi che usavo nel cercare di non incontrarla. Aveva le sopracciglia nere e denti candidi enormi che, nel segreto del mio cuore, me la facevano paragonare a un lupo. Si avventava sempre su di me, baciandomi con violenza ed esclamando: “Vorrei mangiarti!” e io temevo che prima o poi l’avrebbe fatto sul serio. (Agatha Christie, La mia vita, traduzione di Maria Giulia Castagnone, Mondadori Editore 1978, pp. 53-54)

Da ragazzina, la scrittrice immaginava, dunque, il concetto di pericolo come qualcosa di assimilabile a una bocca in grado di aprirsi pian piano in qualsiasi momento e di inghiottirla. Da adulta, e già autrice di romanzi polizieschi, Agatha Christie ricorre a questa medesima immagine affinché il sentimento ludico generato dalla Detective Novel sia accompagnato da un sentore di paura primitiva: i suoi sospettati si distinguono, a volte, per la grossa dentatura, mentre gli investigatori sono periodicamente minacciati dall’atto simbolico di essere inghiottiti. Vediamone alcuni esempi:

1) Aveva sospettato qualcosa? Quei denti, così grossi, così bianchi… “Per mangiarti meglio, bambina mia!”, Tuppence non poteva fare a meno di pensarci. (Agatha Christie, Quinta colonna, traduzione di Grazia Maria Griffini, Mondadori Editore 1961, p. 180).

2) La O’Rourke si alzò, dedicando a Betty una specie di smorfia, e uscì dalla stanza con il suo passo pesantissimo. “Ga…ga…ga…”, esclamò Betty con visibile soddisfazione, mettendosi a battere con un cucchiaio sul tavolo. (Agatha Christie, Quinta colonna, traduzione di Grazia Maria Griffini, Mondadori Editore 1961, p. 163).

3) Il suo colorito era olivastro, gli occhi scuri dall’espressione triste, la bocca larga e marcata. Sorrideva frequentemente per far mostra di una dentatura eccezionale. “Per mangiarti meglio” fu il pensiero peregrino dell’ispettore capo Davy. (Agatha Christie. Miss Marple al Bertram Hotel, traduzione di Maria Mammana Gislon, Mondadori Editore 1967, p. 123).

4) “I denti di quella donna non mi piacciono”, disse Tuppence. “Cos’hanno?”. “Sono troppi. O sono troppo grandi. Ti ricordi Cappuccetto Rosso? Per mangiarti meglio, bambina mia”. (Agatha Christie, Sento i pollici che prudono, traduzione di Moma Carones, Mondadori Editore 1970, p. 28).

In più di un’occasione, l’idea di un pericolo – in parte collegato all’immagine delle fauci – fa la sua comparsa attraverso la tematica dell’ascensore:

Le porte di Damasco1) Tommy e Johnson furono inghiottiti da uno di quegli ascensori progettati per lo sterminio del genere umano. […] Superarono il secondo piano, il terzo e arrivarono al quarto. Sfuggendo alla morsa delle porte scorrevoli, uscirono sul corridoio dov’era l’ufficio del Signor Robinson. (Agatha Christie, Le porte di Damasco, traduzione di Luciana Crepax, Mondadori Editore 1986, pp. 88-89).

2) La signora Oliver premette il pulsante dell’ascensore. Gli sportelli si spalancarono, come un’enorme bocca, con un fragore minaccioso. La signora Oliver entrò a precipizio in quella sorta di caverna spalancata. (Agatha Christie, Sono un’assassina?, traduzione di Grazia Maria Griffini, Mondadori Editore 2010, p. 32).

Questo vessillo della bocca spalancata, presente nel corpus, evoca l’espressione gueules che, in araldica francese, significa rosso. La bocca, simbolo di una libido indistinta, popola i sogni dei bambini – di quei bambini di cui è risaputa l’universale attrazione per il colore rosso con cui la scrittrice continua a drappeggiarsi attraverso i suoi innumerevoli intrecci delittuosi:

[…] nel bel mezzo del tappeto steso davanti al caminetto acceso, c’era il corpo immobile di Simeon Lee in una enorme pozza di sangue. C’era sangue ovunque: pareva di essere in un macello.
Si sentì un sospiro di orrore, poi due voci, che parlarono l’una dopo l’altra. E, cosa strana, le frasi pronunciate erano tutte e due delle citazioni.
Fu David a dire: “I mulini di Dio macinano lentamente…”.
E fu Lydia a mormorare: “Chi l’avrebbe mai detto che il vecchio avesse tanto sangue?”.
(Agatha Christie, Il Natale di Poirot, traduzione di Oriella Bobba, Mondadori Editore 1940, p. 78)

In C’era una volta, il personaggio di Renisenb attribuisce al colore rosso un potere funesto:

“Da tutto ciò che è male, da tutto ciò che è cattivo, da tutto ciò che è vermiglio… Ecco ciò che pervade questa casa… pensieri vermigli, sì, pensieri di odio… l’odio di una donna morta”. (Agatha Christie, C’era una volta, traduzione di A.M. Francavilla, Mondadori Editore 1949, pp. 116-117)

La strega: Il corpus esaminato è pervaso da un’altra immagine ossessionante: quella della strega, una persona i cui rapporti presunti con le forze occulte permettono di compiere dei malefici. L’inventario è molto lungo anche se il suo ruolo, nella fiction, è spesso aneddotico:

1) Strega il cui aspetto richiama un quadro di Nevinson in Sento i pollici che prudono e in È troppo facile:
La donna aveva lunghi capelli stopposi che svolazzavano al vento e ricordava, in modo vago, un quadro (forse di Nevinson) raffigurante una giovane strega a cavalcioni di una scopa. (Agatha Christie, Sento i pollici che prudono, traduzione di Moma Carones, Mondadori Editore 1970, p. 40)
Coi capelli neri scompigliati dal vento, ricordò a Luke il quadro di Nevinson intitolato La strega. Quel viso pallido, delicato, quei capelli così lunghi che parevano arrivare fino alle stelle… se la immaginò a cavallo di un manico di scopa che volava verso la luna. (Agatha Christie, È troppo facile, traduzione di Giovanna Gianotti Soncelli, Mondadori Editore 1982, pp. 19-20)

2) Strega dignitosa in Miss Marple al Bertram Hotel:
La signorina Gorringe era una vecchia amica. Conosceva i clienti uno per uno e, come i personaggi delle case reali, non dimenticava mai una faccia. Indossava abiti fuori moda ma dignitosamente. Aveva capelli giallastri tutti ricci, un abito di seta nera e un medaglione d’oro con cammeo sulla scollatura. (Agatha Christie, Miss Marple al Bertram Hotel, traduzione di Maria Mammana Gislon, Mondadori Editore 1967, p. 8).

3) Strega chiacchierona in Poirot e la strage degli innocenti:
Hercule Poirot osservò con interesse la signora Goodbody. Era certamente il tipo ideale per impersonare una strega. Il fatto che avesse un carattere amabilissimo non bastava a cancellare l’impressione che dava la sua faccia. (Agatha Christie, Poirot e la strage degli innocenti, traduzione di Tina Honsel, Mondadori Editore 1940, p. 24).

4) Strega ostile in Le porte di Damasco:
Tommy suonò il campanello e gli venne ad aprire una donna che somigliava alle streghe delle favole, con il naso adunco e il mento così sporgente che quasi si toccavano. (Agatha Christie, Le porte di Damasco, traduzione di Luciana Crepax, Mondadori Editore 1986, p. 127)

Hansel e Gretel

5) Strega uscita direttamente dal racconto Hansel e Gretel:
Tuppence prese posto su una sedia, ubbidiente, sperando che almeno quella volta la signora O’Rourke non la mettesse in soggezione. Le pareva di sapere esattamente come si sentissero Hansel e Gretel accettando l’invito della strega. (Agatha Christie, Quinta colonna, traduzione di Grazia Maria Griffini, Mondadori Editore 1961, p. 110).
Un esempio identico lo si riscontra in Sento i pollici che prudono:
Tuppence si fermò per un secondo. Le era venuta in mente la favola di Hansel e Gretel. La strega ti invita in casa. Forse è una casetta di panpepato. (Agatha Christie, Sento i pollici che prudono, traduzione di Moma Carones, Mondadori Editore 1970, p. 25)

6) Strega folkloristica in Un cavallo per la strega:
“C’è ancora una strega in ogni villaggio della campagna inglese. Prendi la vecchia signora Black, nel terzo villino verso la collina. Ai bambini si raccomanda di non infastidirla, e la gente le regala spesso uova e torte fatte in casa. Poiché se tu la facessi arrabbiare”, disse David agitando l’indice con aria minacciosa, “le tue mucche non darebbero più latte, il tuo raccolto di patate andrebbe in rovina e il piccolo Johnnie si slogherebbe una caviglia. Bisogna mantenersi nelle grazie della vecchia signora Black. Nessuno lo dice apertamente… ma tutti lo sanno!”. (Agatha Christie, Un cavallo per la strega, traduzione di Lidia Ballanti, Mondadori Editore 1983, p. 38)

Bisogna forse sottoscrivere l’analisi di Gerhard Adler (Gerhard Adler, Etudes de Psychologie Jungienne, Genève, 1957, p. 18) secondo la quale, per le donne, la strega rappresenta la versione femminile del capro espiatorio sul quale trasferire gli aspetti più oscuri delle loro pulsioni? Forse: se consideriamo la strega il simbolo di un’energia creatrice individuale non regolata, la ridondanza della sua immagine nel corpus delle opere di Agatha Christie può essere interpretata come una conseguenza dell’incompatibilità dei desideri e delle paure infantili della psiche con l’io, ragionevole e misurato, dell’autrice. Più che il risultato di una rimozione, la continua ripetizione di una simile allusione sarebbe un tentativo di compromesso tra le esigenze surrettizie di un demiurgo fanciullesco persistente e le convenzioni paralizzanti di un genere episodicamente percepito come costrittivo.

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