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La bocca e la strega nei romanzi di Agatha Christie

Il presente frammento è tratto dalla tesi di dottorato Le mythe de l’enfance dans le «detective novel» d’Agatha Christie et dans le roman de mystère de Pierre Véry di Grandidier Stanislas, presentata presso l’Université Nancy II il 23 ottobre 2008. La traduzione è mia.

Agatha ChristieLa bocca: Un episodio dell’infanzia di Agatha Christie merita di essere citato per il significato traumatico di cui è portatore. Una certa Miss Tower, amica di sua madre, aveva l’abitudine di correrle incontro e abbracciarla con eccessiva effusione; tuttavia, a differenza di Cappuccetto Rosso che non sapeva quanto fosse pericoloso fermarsi ad ascoltare il lupo, Agatha non sottovalutava affatto il pericolo:

Mi ricordo di una certa Miss Tower […] solo per via di tutti gli stratagemmi che usavo nel cercare di non incontrarla. Aveva le sopracciglia nere e denti candidi enormi che, nel segreto del mio cuore, me la facevano paragonare a un lupo. Si avventava sempre su di me, baciandomi con violenza ed esclamando: “Vorrei mangiarti!” e io temevo che prima o poi l’avrebbe fatto sul serio. (Agatha Christie, La mia vita, traduzione di Maria Giulia Castagnone, Mondadori Editore 1978, pp. 53-54)

Da ragazzina, la scrittrice immaginava, dunque, il concetto di pericolo come qualcosa di assimilabile a una bocca in grado di aprirsi pian piano in qualsiasi momento e di inghiottirla. Da adulta, e già autrice di romanzi polizieschi, Agatha Christie ricorre a questa medesima immagine affinché il sentimento ludico generato dalla Detective Novel sia accompagnato da un sentore di paura primitiva: i suoi sospettati si distinguono, a volte, per la grossa dentatura, mentre gli investigatori sono periodicamente minacciati dall’atto simbolico di essere inghiottiti. Vediamone alcuni esempi:

1) Aveva sospettato qualcosa? Quei denti, così grossi, così bianchi… “Per mangiarti meglio, bambina mia!”, Tuppence non poteva fare a meno di pensarci. (Agatha Christie, Quinta colonna, traduzione di Grazia Maria Griffini, Mondadori Editore 1961, p. 180).

2) La O’Rourke si alzò, dedicando a Betty una specie di smorfia, e uscì dalla stanza con il suo passo pesantissimo. “Ga…ga…ga…”, esclamò Betty con visibile soddisfazione, mettendosi a battere con un cucchiaio sul tavolo. (Agatha Christie, Quinta colonna, traduzione di Grazia Maria Griffini, Mondadori Editore 1961, p. 163).

3) Il suo colorito era olivastro, gli occhi scuri dall’espressione triste, la bocca larga e marcata. Sorrideva frequentemente per far mostra di una dentatura eccezionale. “Per mangiarti meglio” fu il pensiero peregrino dell’ispettore capo Davy. (Agatha Christie. Miss Marple al Bertram Hotel, traduzione di Maria Mammana Gislon, Mondadori Editore 1967, p. 123).

4) “I denti di quella donna non mi piacciono”, disse Tuppence. “Cos’hanno?”. “Sono troppi. O sono troppo grandi. Ti ricordi Cappuccetto Rosso? Per mangiarti meglio, bambina mia”. (Agatha Christie, Sento i pollici che prudono, traduzione di Moma Carones, Mondadori Editore 1970, p. 28).

In più di un’occasione, l’idea di un pericolo – in parte collegato all’immagine delle fauci – fa la sua comparsa attraverso la tematica dell’ascensore:

Le porte di Damasco1) Tommy e Johnson furono inghiottiti da uno di quegli ascensori progettati per lo sterminio del genere umano. […] Superarono il secondo piano, il terzo e arrivarono al quarto. Sfuggendo alla morsa delle porte scorrevoli, uscirono sul corridoio dov’era l’ufficio del Signor Robinson. (Agatha Christie, Le porte di Damasco, traduzione di Luciana Crepax, Mondadori Editore 1986, pp. 88-89).

2) La signora Oliver premette il pulsante dell’ascensore. Gli sportelli si spalancarono, come un’enorme bocca, con un fragore minaccioso. La signora Oliver entrò a precipizio in quella sorta di caverna spalancata. (Agatha Christie, Sono un’assassina?, traduzione di Grazia Maria Griffini, Mondadori Editore 2010, p. 32).

Questo vessillo della bocca spalancata, presente nel corpus, evoca l’espressione gueules che, in araldica francese, significa rosso. La bocca, simbolo di una libido indistinta, popola i sogni dei bambini – di quei bambini di cui è risaputa l’universale attrazione per il colore rosso con cui la scrittrice continua a drappeggiarsi attraverso i suoi innumerevoli intrecci delittuosi:

[…] nel bel mezzo del tappeto steso davanti al caminetto acceso, c’era il corpo immobile di Simeon Lee in una enorme pozza di sangue. C’era sangue ovunque: pareva di essere in un macello.
Si sentì un sospiro di orrore, poi due voci, che parlarono l’una dopo l’altra. E, cosa strana, le frasi pronunciate erano tutte e due delle citazioni.
Fu David a dire: “I mulini di Dio macinano lentamente…”.
E fu Lydia a mormorare: “Chi l’avrebbe mai detto che il vecchio avesse tanto sangue?”.
(Agatha Christie, Il Natale di Poirot, traduzione di Oriella Bobba, Mondadori Editore 1940, p. 78)

In C’era una volta, il personaggio di Renisenb attribuisce al colore rosso un potere funesto:

“Da tutto ciò che è male, da tutto ciò che è cattivo, da tutto ciò che è vermiglio… Ecco ciò che pervade questa casa… pensieri vermigli, sì, pensieri di odio… l’odio di una donna morta”. (Agatha Christie, C’era una volta, traduzione di A.M. Francavilla, Mondadori Editore 1949, pp. 116-117)

La strega: Il corpus esaminato è pervaso da un’altra immagine ossessionante: quella della strega, una persona i cui rapporti presunti con le forze occulte permettono di compiere dei malefici. L’inventario è molto lungo anche se il suo ruolo, nella fiction, è spesso aneddotico:

1) Strega il cui aspetto richiama un quadro di Nevinson in Sento i pollici che prudono e in È troppo facile:
La donna aveva lunghi capelli stopposi che svolazzavano al vento e ricordava, in modo vago, un quadro (forse di Nevinson) raffigurante una giovane strega a cavalcioni di una scopa. (Agatha Christie, Sento i pollici che prudono, traduzione di Moma Carones, Mondadori Editore 1970, p. 40)
Coi capelli neri scompigliati dal vento, ricordò a Luke il quadro di Nevinson intitolato La strega. Quel viso pallido, delicato, quei capelli così lunghi che parevano arrivare fino alle stelle… se la immaginò a cavallo di un manico di scopa che volava verso la luna. (Agatha Christie, È troppo facile, traduzione di Giovanna Gianotti Soncelli, Mondadori Editore 1982, pp. 19-20)

2) Strega dignitosa in Miss Marple al Bertram Hotel:
La signorina Gorringe era una vecchia amica. Conosceva i clienti uno per uno e, come i personaggi delle case reali, non dimenticava mai una faccia. Indossava abiti fuori moda ma dignitosamente. Aveva capelli giallastri tutti ricci, un abito di seta nera e un medaglione d’oro con cammeo sulla scollatura. (Agatha Christie, Miss Marple al Bertram Hotel, traduzione di Maria Mammana Gislon, Mondadori Editore 1967, p. 8).

3) Strega chiacchierona in Poirot e la strage degli innocenti:
Hercule Poirot osservò con interesse la signora Goodbody. Era certamente il tipo ideale per impersonare una strega. Il fatto che avesse un carattere amabilissimo non bastava a cancellare l’impressione che dava la sua faccia. (Agatha Christie, Poirot e la strage degli innocenti, traduzione di Tina Honsel, Mondadori Editore 1940, p. 24).

4) Strega ostile in Le porte di Damasco:
Tommy suonò il campanello e gli venne ad aprire una donna che somigliava alle streghe delle favole, con il naso adunco e il mento così sporgente che quasi si toccavano. (Agatha Christie, Le porte di Damasco, traduzione di Luciana Crepax, Mondadori Editore 1986, p. 127)

Hansel e Gretel

5) Strega uscita direttamente dal racconto Hansel e Gretel:
Tuppence prese posto su una sedia, ubbidiente, sperando che almeno quella volta la signora O’Rourke non la mettesse in soggezione. Le pareva di sapere esattamente come si sentissero Hansel e Gretel accettando l’invito della strega. (Agatha Christie, Quinta colonna, traduzione di Grazia Maria Griffini, Mondadori Editore 1961, p. 110).
Un esempio identico lo si riscontra in Sento i pollici che prudono:
Tuppence si fermò per un secondo. Le era venuta in mente la favola di Hansel e Gretel. La strega ti invita in casa. Forse è una casetta di panpepato. (Agatha Christie, Sento i pollici che prudono, traduzione di Moma Carones, Mondadori Editore 1970, p. 25)

6) Strega folkloristica in Un cavallo per la strega:
“C’è ancora una strega in ogni villaggio della campagna inglese. Prendi la vecchia signora Black, nel terzo villino verso la collina. Ai bambini si raccomanda di non infastidirla, e la gente le regala spesso uova e torte fatte in casa. Poiché se tu la facessi arrabbiare”, disse David agitando l’indice con aria minacciosa, “le tue mucche non darebbero più latte, il tuo raccolto di patate andrebbe in rovina e il piccolo Johnnie si slogherebbe una caviglia. Bisogna mantenersi nelle grazie della vecchia signora Black. Nessuno lo dice apertamente… ma tutti lo sanno!”. (Agatha Christie, Un cavallo per la strega, traduzione di Lidia Ballanti, Mondadori Editore 1983, p. 38)

Bisogna forse sottoscrivere l’analisi di Gerhard Adler (Gerhard Adler, Etudes de Psychologie Jungienne, Genève, 1957, p. 18) secondo la quale, per le donne, la strega rappresenta la versione femminile del capro espiatorio sul quale trasferire gli aspetti più oscuri delle loro pulsioni? Forse: se consideriamo la strega il simbolo di un’energia creatrice individuale non regolata, la ridondanza della sua immagine nel corpus delle opere di Agatha Christie può essere interpretata come una conseguenza dell’incompatibilità dei desideri e delle paure infantili della psiche con l’io, ragionevole e misurato, dell’autrice. Più che il risultato di una rimozione, la continua ripetizione di una simile allusione sarebbe un tentativo di compromesso tra le esigenze surrettizie di un demiurgo fanciullesco persistente e le convenzioni paralizzanti di un genere episodicamente percepito come costrittivo.

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